| HOME |
![]() |
ARCIDIOCESI DI CAPUA |
![]() |
CATECHESI DEL SANTO PADRE: BENEDETTO XVI
L’Udienza Generale di
questa mattina si è svolta alle ore 10.30 nell’Aula Paolo VI, dove il Santo
Padre ha incontrato gruppi di fedeli e pellegrini provenienti dall’Italia e da
ogni parte del mondo.
Nel discorso in lingua italiana, il Papa ha incentrato la sua meditazione sulla
figura di San Roberto Bellarmino, della Compagnia di Gesù, Cardinale, Vescovo e
Dottore della Chiesa (1542-1621).
Dopo aver riassunto la Sua catechesi in diverse lingue, il Santo Padre Benedetto
XVI ha rivolto particolari espressioni di saluto ai gruppi di fedeli presenti.
L’Udienza Generale si è conclusa con il canto del Pater Noster e la Benedizione Apostolica.
Il
Papa: San Roberto Bellarmino ci porta con la memoria al tempo della dolorosa
scissione della cristianità occidentale, quando una grave crisi politica e
religiosa provocò il distacco di intere Nazioni dalla Sede apostolica.
L’UDIENZA GENERALE,
23.02.2011
Cari fratelli e sorelle,
San Roberto Bellarmino, del quale desidero parlarvi oggi, ci porta con la
memoria al tempo della dolorosa scissione della cristianità occidentale, quando
una grave crisi politica e religiosa provocò il distacco di intere Nazioni dalla
Sede Apostolica.
Nato il 4 ottobre 1542 a Montepulciano, presso Siena, era nipote, per parte di
madre, del Papa Marcello II. Ebbe un’eccellente formazione umanistica prima di
entrare nella Compagnia di Gesù il 20 settembre 1560. Gli studi di filosofia e
teologia, che compì tra il Collegio Romano, Padova e Lovanio, incentrati su san
Tommaso e i Padri della Chiesa, furono decisivi per il suo orientamento
teologico. Ordinato sacerdote il 25 marzo 1570, fu per alcuni anni professore di
teologia a Lovanio. Successivamente, chiamato a Roma come professore al Collegio
Romano, gli fu affidata la cattedra di “Apologetica”; nel decennio in cui
ricoprì tale incarico (1576 – 1586) elaborò un corso di lezioni che confluirono
poi nelle Controversiae, opera divenuta subito celebre per la chiarezza e la
ricchezza di contenuti e per il taglio prevalentemente storico. Si era concluso
da poco il Concilio di Trento e per la Chiesa Cattolica era necessario
rinsaldare e confermare la propria identità anche rispetto alla Riforma
protestante. L’azione del Bellarmino si inserì in questo contesto. Dal 1588 al
1594 fu prima padre spirituale degli studenti gesuiti del Collegio Romano, tra i
quali incontrò e diresse san Luigi Gonzaga e poi superiore religioso. Il Papa
Clemente VIII lo nominò teologo pontificio, consultore del Sant’Uffizio e
rettore del Collegio dei Penitenzieri della Basilica di san Pietro. Al biennio
1597 – 1598 risale il suo catechismo, Dottrina cristiana breve, che fu il suo
lavoro più popolare.
Il 3 marzo 1599 fu creato cardinale dal Papa Clemente VIII e, il 18 marzo 1602,
fu nominato arcivescovo di Capua. Ricevette l’ordinazione episcopale il 21
aprile dello stesso anno. Nei tre anni in cui fu vescovo diocesano, si distinse
per lo zelo di predicatore nella sua cattedrale, per la visita che realizzava
settimanalmente alle parrocchie, per i tre Sinodi diocesani e un Concilio
provinciale cui diede vita. Dopo aver partecipato ai conclavi che elessero Papi
Leone XI e Paolo V, fu richiamato a Roma, dove fu membro delle Congregazioni del
Sant’Uffizio, dell’Indice, dei Riti, dei Vescovi e della Propagazione della
Fede. Ebbe anche incarichi diplomatici, presso la Repubblica di Venezia e
l’Inghilterra, a difesa dei diritti della Sede Apostolica. Nei suoi ultimi anni
compose vari libri di spiritualità, nei quali condensò il frutto dei suoi
esercizi spirituali annuali. Dalla lettura di essi il popolo cristiano trae
ancora oggi grande edificazione. Morì a Roma il 17 settembre 1621. Il Papa Pio
XI lo beatificò nel 1923, lo canonizzò nel 1930 e lo proclamò Dottore della
Chiesa nel 1931.
San Roberto Bellarmino svolse un ruolo importante nella Chiesa degli ultimi
decenni del secolo XVI e dei primi del secolo successivo.
Le sue Controversiae costituirono un punto di riferimento ancora valido per
l’ecclesiologia cattolica sulle questioni circa la Rivelazione, la natura della
Chiesa, i Sacramenti e l’antropologia teologica. In esse appare accentuato
l’aspetto istituzionale della Chiesa, a motivo degli errori che allora
circolavano su tali questioni. Tuttavia Bellarmino chiarì gli aspetti invisibili
della Chiesa come Corpo Mistico e li illustrò con l’analogia del corpo e
dell’anima, al fine di descrivere il rapporto tra le ricchezze interiori della
Chiesa e gli aspetti esteriori che la rendono percepibile.
In questa monumentale opera, che tenta di sistematizzare le varie
controversie teologiche dell’epoca, egli evita ogni taglio polemico e aggressivo
nei confronti delle idee della Riforma, ma utilizzando gli argomenti della
ragione e della Tradizione della Chiesa, illustra in modo chiaro ed efficace la
dottrina cattolica.
Tuttavia, la sua eredità sta nel modo con cui concepì il suo lavoro. I
gravosi uffici di governo non gli impedirono, infatti, di tendere
quotidianamente verso la santità con la fedeltà alle esigenze del proprio stato
di religioso, sacerdote e vescovo. Da questa fedeltà discende il suo impegno
nella predicazione. Essendo, come sacerdote e vescovo, innanzitutto un pastore
d’anime, sentì il dovere di predicare assiduamente.
Sono centinaia i sermones – le omelie – tenuti nelle Fiandre, a Roma, a Napoli e
a Capua in occasione di celebrazioni liturgiche. Non meno abbondanti sono le
expositiones e le explanationes ai parroci, alle religiose, agli studenti del
Collegio Romano, che hanno spesso per oggetto la sacra Scrittura, specialmente
le Lettere di san Paolo. La sua predicazione e le sue catechesi presentano quel
medesimo carattere di essenzialità che aveva appreso dall’educazione ignaziana,
tutta rivolta a concentrare le forze dell’anima sul Signore Gesù intensamente
conosciuto, amato e imitato.
Negli scritti di quest’uomo di governo si avverte in modo molto chiaro, pur
nella riservatezza dietro la quale cela i suoi sentimenti, il primato che egli
assegna agli insegnamenti del Signore. San Bellarmino offre così un modello di
preghiera, anima di ogni attività: una preghiera che ascolta la Parola del
Signore, che è appagata nel contemplarne la grandezza, che non si ripiega su se
stessa, ma è lieta di abbandonarsi a Dio. Un segno distintivo della spiritualità
del Bellarmino è la percezione viva e personale dell’immensa bontà di Dio, per
cui il nostro Santo si sentiva veramente figlio amato da Lui ed era fonte di
grande gioia il raccogliersi, con serenità e semplicità, in preghiera, in
contemplazione di Dio. Nel suo libro De ascensione mentis in Deum - Elevazione
della mente a Dio - composto sullo schema dell’Itinerarium di san Bonaventura,
esclama: «O anima, il tuo esemplare è Dio, bellezza infinita, luce senza
ombre, splendore che supera quello della luna e del sole. Alza gli occhi a Dio
nel quale si trovano gli archetipi di tutte le cose, e dal quale, come da una
fonte di infinita fecondità, deriva questa varietà quasi infinita delle cose.
Pertanto devi concludere: chi trova Dio trova ogni cosa, chi perde Dio perde
ogni cosa».
In questo testo si sente l’eco della celebre contemplatio ad amorem obtineundum
– contemplazione per ottenere l’amore - degli Esercizi spirituali di
sant’Ignazio. Il Bellarmino, che vive nella fastosa e spesso malsana società
dell’ultimo Cinquecento e del primo Seicento, da questa contemplazione ricava
applicazioni pratiche e vi proietta la situazione della Chiesa del suo tempo con
vivace afflato pastorale. Nel De arte bene moriendi – l’arte di morire bene - ad
esempio, indica come norma sicura del buon vivere, e anche del buon morire, il
meditare spesso e seriamente che si dovrà rendere conto a Dio delle proprie
azioni e del proprio modo di vivere e cercare di non accumulare ricchezze in
questa terra, ma di vivere semplicemente e con carità in modo da accumulare beni
in Cielo. Nel De gemitu columbae - Il gemito della colomba, dove la colomba
rappresenta la Chiesa - richiama con forza clero e fedeli tutti ad una riforma
personale e concreta della propria vita seguendo quello che insegnano la
Scrittura e i Santi, tra i quali cita in particolare san Gregorio Nazianzeno,
san Giovanni Crisostomo, san Girolamo e sant’Agostino, oltre ai grandi Fondatori
di Ordini religiosi quali san Benedetto, san Domenico e san Francesco.
Il Bellarmino insegna con grande chiarezza e con l’esempio della vita che non
può esserci vera riforma della Chiesa se prima non c’è la nostra personale
riforma e la conversione del nostro cuore.
Agli Esercizi spirituali di sant’Ignazio, il Bellarmino attingeva consigli per
comunicare in modo profondo, anche ai più semplici, le bellezze dei misteri
della fede: “Se hai saggezza, comprendi che sei creato per la gloria di Dio e
per la tua eterna salvezza. Questo è il tuo fine, questo il centro della tua
anima, questo il tesoro del tuo cuore. Perciò stima vero bene per te ciò che ti
conduce al tuo fine, vero male ciò che te lo fa mancare. Avvenimenti prosperi o
avversi, ricchezze e povertà, salute e malattia, onori e oltraggi, vita e morte,
il sapiente non deve né cercarli, né fuggirli per se stesso. Ma sono buoni e
desiderabili solo se contribuiscono alla gloria di Dio e alla tua felicità
eterna, sono cattivi e da fuggire se la ostacolano” (De ascensione mentis in
Deum, grad. 1).
Non sono parole passate di moda, ma da meditare a lungo per orientare il nostro
cammino su questa terra. Ci ricordano che il fine della nostra vita è il
Signore, il Dio che si è rivelato in Gesù Cristo, nel quale Egli continua a
chiamarci e a prometterci la comunione con Lui. Ci ricordano l’importanza di
confidare nel Signore, di spenderci in una vita fedele al Vangelo, di accettare
e illuminare con la fede e con la preghiera ogni circostanza e ogni azione della
nostra vita, sempre protesi all’unione con Lui. Amen.