| HOME |
|
ARCIDIOCESI DI CAPUA |
|
La Parola dell'Arcivescovo |
I sacerdoti ai quali ho chiesto di suggerire la data del mio ingresso in diocesi hanno scelto la Solennità dei Santi Pietro e Paolo, giorno in cui anche il compianto mons. Schettino, mio venerato predecessore iniziò il Ministero episcopale in questa Chiesa locale.
Ho accolto volentieri la proposta e oggi – senza nessun titolo di merito – ma per Grazia di Dio e la designazione della Sede Apostolica, mi presento a voi certo solo della mia debolezza ma forte del sostegno dell’Onnipotente.
Vengo nella certezza che anche mons. Luigi Diligenza, pastore di questa gloriosa Chiesa di Capua, sta pregando per me. È stato Rettore negli anni della mia formazione al Seminario Maggiore di Capodimonte e questa sera (sono presenti molti che sono stati suoi alunni e diversi miei compagni di Corso) lo ricordo, lo ricordiamo tutti con immenso affetto per la sua testimonianza di uomo, di sacerdote, di educatore e di Vescovo.
Sua Eminenza il Cardinale Sepe, Arcivescovo Metropolita di Napoli – che ringrazio per la sua premurosa presenza – mi ha appena consegnato il pastorale. Non è solo un gesto simbolico che rimanda all’emblema del pastore che guida il gregge, ma anche il segno dell’unità con la Sede Apostolica che il Metropolita rappresenta nelle diocesi suffraganee, perché sia reso sempre più evidente il vincolo che unisce ogni Chiesa particolare a quella di Roma col suo Vescovo, successore di Pietro chiamato a presiedere nella carità.
Papa Francesco il 23 maggio scorso, nell’incontro di preghiera con i vescovi italiani nella Basilica di San Pietro, proponeva a noi tutti una profonda riflessione e, dopo averci ricordato che “essere pastori significa credere ogni giorno nella grazia e nella forza che viene dal Signore nonostante la nostra debolezza … è assumere fino in fondo la responsabilità di camminare innanzi al gregge ma anche in mezzo e dietro al gregge… capaci di ascoltare il silenzioso racconto di chi soffre, di sostenere il passo di chi teme di non farcela; attenti a rialzare, a rassicurare e a infondere speranza”, ci invitava a ritornare idealmente sulle rive del lago di Tiberiade, dove tutto era cominciato con l’invito a prendere il largo e dove, dopo la Risurrezione, Gesù chiede a Pietro se lo ama davvero.
È qui il punto sensibile e discriminante della sequela di un cristiano: siamo disposti a fidarci totalmente di Gesù? Gli vogliamo veramente bene? Siamo pronti a dare la vita per lui? Il nostro cuore è libero nell’amarlo? Quanto è applicabile alla personale esperienza di ogni battezzato assume una particolare connotazione per coloro che, per speciale consacrazione – i sacerdoti, i religiosi e le religiose – sono chiamati per scelta libera e responsabile ad amarlo con amore indiviso, con l’apertura totale del proprio cuore che non trova posto, non può trovare posto per altri affetti perché traboccante di totale, esclusivo amore per Lui.
Paolo, in quello che possiamo definire una sorta di testamento spirituale (è il brano della seconda lettura di oggi), scrive al fedele discepolo Timoteo che, in tutte le vicissitudini del suo vivace apostolato, ha sempre avuto la consapevole certezza della vicinanza del Signore che gli ha dato forza perché portasse a compimento l’annuncio del Vangelo. Inoltre, cosciente di quanto sta per accadergli mentre afferma: “sto per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita” (4,6), ribadisce la speranza in Lui: “Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nel suo regno” (4, 18).
La certezza di Paolo dovrebbe essere la certezza di ogni seguace di Gesù in un mondo che sarà sempre diviso in se stesso, combattuto tra la scelta per o contro Colui che è venuto come “segno di contraddizione perché si svelino i segreti dei cuori” (cfr. Lc 2, 35) secondo la profezia di Simeone, un mondo che spesso non valuta l’oggettiva positività delle scelte ma solo la loro ricaduta nell’utile e cioè se queste trovano o non trovano consenso, prescindendo totalmente dalle opzioni morali che dovrebbero essere i paradigmi con i quali confrontarsi per il retto agire.
Erode, narra San Luca nel libro degli Atti, “aveva fatto uccidere Giacomo fratello di Giovanni e, vedendo che questo era gradito ai Giudei, fece arrestare anche Pietro” (cfr. At 12, 3). L’intervento di Dio vanifica il progetto del tiranno ma l’episodio è significativo per comprendere come vive il “mondo”, quello per il quale Gesù nel grande discorso della Cena non può pregare perché chiuso all’intervento della Grazia “prego per loro (i discepoli), non prego per il mondo, perché siano perfetti nell’unità” (cfr. Gv 17, 9-11).
Inseguire il successo umano, adeguarsi alle tendenze del momento, ricercare soluzioni manageriali al fine di raggiungere positivi risultati pastorali è un orientamento, talvolta presente nella Chiesa, che non può essere considerato evangelico ma chiara tentazione che indirizza solo a progetti filantropici condivisi dal “mondo” che riconosce ai credenti la dimensione dell’impegno nell’immanente ma nessun credito per l’annuncio del trascendente. Il nucleo centrale del messaggio evangelico “Cristo morto e risorto” è eluso e aggirato, talvolta irriso come nell’amara esperienza di Paolo all’aeropago di Atene quando si sente rispondere: “su questo ti ascolteremo un’altra volta”. Finché la Chiesa è impegnata in opere “socialmente utili” viene considerata e talvolta apprezzata, se parla del Regno di Dio che – come tensione – dà vero senso all’impegno concreto del credente, sembra non interessare nessuno. Inoltre anche la modalità dell’annuncio della Bella Notizia ha una sua forma, una espressione particolare che esclude la ricerca della “prima pagina”, il privilegiare gli aspetti ma non la sostanza, il desiderare le luci del palcoscenico, tutte cose che non sono nello stile vissuto e proposto dal nostro Unico Maestro: il seme del Regno infatti cresce nel segreto e solo dopo diventa visibile nell’albero che accoglie tra i suoi rami gli uccelli che vi fanno il nido.
Potrebbe succedere, e talvolta succede, di non fare ciò che deve essere fatto ma ciò che è conveniente. Il progetto cristiano è altro: mai rincorrere il favore degli uomini, mai cercare i comodi applausi che poi facilmente si tramutano in noncuranza, manifesto fastidio o perfino rifiuto. Un brano della Regola pastorale di San Gregorio Magno, che certamente conoscete, ci aiuta a ben comprendere: “Spesso, guide d’anime improvvide e paurose di perdere il favore degli uomini hanno gran timore di dire liberamente la verità; e, secondo la parola della Verità, non servono più alla custodia del gregge” (Parte II, 4).
Nel breve messaggio che vi inviai appena pubblicata la mia nomina ad Arcivescovo di Capua, tra l’altro esortavo a “vivere le virtù umane dell’onestà, della tolleranza, del rispetto della persona e della legalità”. Era soprattutto una riflessione per me e insieme un invito alla Chiesa capuana che da oggi presiedo, a vivere sempre con chiarezza anche la gestione dei beni e l’utilizzo delle risorse, collaborando con ogni uomo di buona volontà per una civiltà dell’amore. La Chiesa infatti resta “esperta in umanità” secondo una felice definizione di Paolo VI e i suoi figli sono anche compagni (dividono il pane) con altri privi dell’orizzonte della fede ma impegnati – e spesso con entusiasmo e generosità – alla costruzione di un mondo più giusto che non è ancora il Regno di Dio e non si identifica con esso, ma può essere giustamente considerato preludio del mondo che verrà e che i credenti in Cristo annunciano soprattutto con la loro vita onesta, scevra da compromessi, limpida e trasparente nonostante le difficoltà del tempo presente e quelle insite nella stessa natura umana redenta sì dal sangue di Cristo, ma purtroppo segnata dal peccato. La precarietà è infatti la naturale condizione dell’umana esistenza e anche della Chiesa, popolo in cammino. In cammino, quindi in una situazione di permanente pellegrinaggio nella storia orientati verso la dimensione dell’eterno.
“Voi chi dite che io sia?”, Pietro risponde bene: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!”. Gesù gli riconosce la beatitudine di aver accolto la rivelazione del Padre e gli dà le chiavi del Regno. S. Agostino nel brano che abbiamo meditato questa mattina all’Ufficio delle Letture sottolinea: “Da questo fatto deriva la grandezza di Pietro, perché egli è la personificazione dell’universalità della Chiesa” e “Pietro deriva da pietra e non pietra da Pietro. Pietro deriva da pietra, come cristiano da Cristo”. Questo però non basterà per evitargli di rinnegare il suo Maestro per paura della croce. Nel brano parallelo di Luca (9, 18-24) l’evangelista aggiunge immediatamente la rivelazione Messianica del Servo sofferente che deve essere ucciso ma risorgere il terzo giorno; Matteo lo narra più avanti, dopo la protesta di Pietro: “questo non ti accadrà mai!”. Anche il seguace del Cristo sarà chiamato a vivere la stessa esperienza “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” – ricordate che è il brano evangelico proclamato domenica scorsa – c’è anche la conclusione: “Chi vuol salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà”.
Come rispondiamo noi? Certamente bene come Pietro. Riconosciamo Gesù come il Figlio di Dio, l’inviato dal Padre, ma siamo capaci di essere fedeli e coraggiosi? O anche a noi fa paura la croce, temiamo di perdere la vita per lui?
Bisogna sempre fare i conti col nostro egoismo; morire per qualcuno richiede la conversione dell’io. E non è facile.
Com’è noto, dei tre santi protettori della nostra Chiesa capuana, due appartengono alla categoria dei martiri: Santo Stefano protomartire e sant’Agata, il terzo, san Roberto Bellarmino, a quella dei confessori della fede. I Santi, martiri o confessori della fede sono coloro che amano tanto da dare la vita. Oggi come sempre il martirio nostro è amare. Amare Dio, amare tutti, amare sempre. Da questa fondamentale, assoluta, imprescindibile, necessaria ed urgente decisione, vengono quelle condizioni di vita, quelle sante aspirazioni e buoni propositi, assieme a quelle sofferenze che chiamano in causa la nostra testimonianza. Martirio nostro è ripetere in ogni momento, con la consapevolezza dell’animo libero e fedele: “Sia fatta, o Padre, la tua volontà”.
Inizio il mio ministero chiedendo al Signore di trovare il
necessario equilibrio tra il parlare e il tacere, il silenzio e la parola.
Ancora San Gregorio dalla citata Regola pastorale: “La
guida delle anime sia discreta nel suo silenzio e utile con la sua parola
affinché non dica ciò che bisogna tacere e non taccia ciò che occorre dire.
Giacché come un parlare incauto trascina nell’errore, così un silenzio senza
discrezione lascia nell’errore coloro che avrebbero potuto essere ammaestrati”.
Carissimi confratelli nel sacerdozio, siete i primi collaboratori del Vescovo e
solo in profonda unità possiamo – insieme – annunciare il Regno. Sapete bene che
l’Eucaristia è stata sempre considerata segno che fonda la comunione nella
Chiesa secondo il pensiero espresso da Paolo nella Prima ai Corinti (1 Cor
10,17). La Chiesa di Roma dei primi secoli diede a questo concetto una
espressione simbolica: il Papa mandava i diaconi a portare ai presbiteri che
celebravano la Messa nelle campagne il
fermentum, un frammento del pane che aveva appena consacrato; i sacerdoti lo
mettevano nel loro calice in segno di unità. L’uso non si limitò alla Chiesa di
Roma ma presto passò anche alle altre Comunità. Nella Liturgia è restato questo
segno della fractio panis e ancora
oggi ogni sacerdote celebrante prima del canto o della recita
dell’Agnello di Dio, spezza l’ostia
consacrata sopra la patena e lascia cadere un frammento nel calice. Il gesto è
altamente emblematico: vuol dire che è possibile celebrare l’Eucaristia solo in
comunione col Vescovo.
Il Santo Padre, sempre nell’incontro con i Vescovi italiani lo scorso 23 maggio,
esortandoci a chinarci su quanti il Signore ha affidato alla nostra
sollecitudine precisava: “Fra questi un
posto particolare riserviamolo ai nostri sacerdoti: soprattutto per loro il
nostro cuore, la nostra mano e la nostra porta restino aperte in ogni
circostanza”.
Il collegio dei presbiteri è la corona del Vescovo e questa non può che essere
splendente per l’unità, la stima e il rispetto reciproci, la condivisione
nell’agire pastorale. Realizzare l’unità, soprattutto nel presbiterio, è
realizzare il desiderio di Gesù che ai discepoli lasciò questo comando come il
suo testamento: “Amatevi come io ho amato voi”.
Fratelli e sorelle carissimi, impegniamoci a costruire una Chiesa tutta
ministeriale nella quale ognuno, secondo i carismi che il Signore gli ha donato,
offra all’intero corpo ecclesiale la propria totale e generosa disponibilità.
Nessuno nella Chiesa si senta escluso, nessuno la utilizzi come semplice
fruitore di servizi, tutti – popolo sacerdotale in forza del Battesimo – si
sentano mandati dal Signore ad annunciare il Vangelo in un mondo che potrebbe
non accorgersi di aver bisogno di Dio.
Talvolta all’interno delle nostre Comunità sono presenti tensioni visibili ed altre nascoste; critiche intelligenti che preludono a sintesi operative, o sterili disquisizioni che fanno solo male e stancano lasciando l’amarezza delle analisi impietose, incapaci di suggerire il recupero e aprire alla speranza. È necessario purificare la memoria, sanare le relazioni, uscire dalla trappola del giudizio che ci lascia imprigionati nel nostro egoismo onnipotente, imparare a perdonare.
La Vergine Maria, nostra Madre dolcissima, ci accompagni e sostenga nel cammino di conversione. Ascoltiamo la Sua voce che suggerisce anche a noi, come ai servi a Cana di Galilea: “fate quello che vi dirà”. Ascoltarla può significare per noi sperimentare il miracolo del cambiamento del cuore e iniziare – come i discepoli – a credere veramente in Lui.